mercoledì 17 aprile 2019

La mossa del ragno

Qui dal niente alzossi un ostro imperativo, ritirommi nel legno quale obeso aracnide all'avvicinarsi della tempesta. Mi lecco via il pomeriggio dagli arti sicché intricato di seta e speranze l'uscio si serri e quel lupo del sud sia costretto a soffiare là fuori soltanto. Incurante già mi srotolo la cena tra le zampe, solo uno tra i miei occhi ormai segue il piegarsi degli olivi. Pascià nacqui, penso, mentre già mi sorride dentro il primo morso.

giovedì 28 marzo 2019

Godiamoci la vita, o Catulla mia

Catulla la mia amica lucertola ha la schiena verdeoro e la coda di uno sfocato che dà sul bruno. Fissando negli occhi l'umano abbarbicato su un olivo ecco che s'arrampica sul tronco, mi s'arresta un istante accanto e poi riparte con scatti da quindici frame al secondo: è così lesta che non si fa in tempo a sentirne la zampina su un alluce che lei già è arrivata al ginocchio.

Ora le s'avvicina una mano rosa a quaranta frame al secondo ma la lentezza del movimento non basta a rassicurarla, guizza in su, si sottrae alla carezza e si congela, tutto in un unico frame. La imito, smetto quasi di respirare, mi getto nelle sue iridi arancioni e ogni qualche secondo fingo di guardare altrove.

Non so quanto a lungo vorrà trattenersi, ma il sole è alto e a noi due piace assorbirlo in silenziosa compagnia così, sulle nostre squame.

venerdì 22 marzo 2019

Bellatrix

Una cornacchia ritardataria grida la sua imprevista solitudine mentre Mario mi saluta. Col primo buio un ostro caldo suona un adagio di cerque olmi ornelli e olivi, dietro la collina i fari del campo sportivo sfumano la notte e di là, a est, i cani di Bruno già sperano nella Luna.

E poi sopra di me, all'improvviso, bianchi Betelgeuse e Aldebaran, che fan nero tutto l'intorno.
Sta accadendo.
Ecco.
Ora i miei piedi affondano nell'erba, mi inghiotte lenta le ginocchia e poi tutto il resto, saluto Bellatrix e Rigel con un ultimo sguardo lassù mentre il campo si chiude su di me. Finalmente gli occhi si spengono nel silenzio della terra, finalmente vedo tutto.


martedì 18 dicembre 2018

fuì

il sole fuì e la luna già sta su, scalda la legna con due gradi intorno, voglia di neve e di sonni lunghissimi.

giovedì 11 ottobre 2018

La prima sera d'Autunno

Le colline evaporano nella nuvola che risale dal fosso. C'è una gazza che avverte tutti del buio che si fa notte mentre molecole di umidità a milioni s'abbracciano l'un l'altra su rami di sughere cerque e castagni. Il suono delicato di quell'incontro punteggia l'intera valle di silenzio.

Poi la voce del bosco si dilata in una eco antica e profonda che sposa l'erba le grotte e il cielo in un mistero madido, mi raggiunge e mi trascina giù tra foglie, arbusti e rovi, tra zoccoli che rovistano nel fango, cicale sempre insonni, cani intontiti dalle ombre e rari pipistrelli a schivar fronde. Ed è là, nel cuore nero del cerreto, che un ruminare mi sorprende. Scandaglio a lungo il buio diventato oscurità, quel masticare lento s'avvede del mio movimento e s'interrompe, io immagino due occhi verdi che mi studiano, incerti se continuare a strappar foglie o fuggire dall'idea stessa di un pericolo possibile.

Là, nella tenebra, poggiato ad un giovane olmo, inquadro me stesso nello sguardo di un'altra intelligenza, e là, nel bosco, ogni timore cessa, il tempo non esiste, ora è sempre ed ogni altra cosa.

martedì 17 luglio 2018

Fu Capo Horn

Ieri sera Tromba d’Aria e Spada di Pioggia giungeqquettero così, all’improvviso. E tutto è cambiato.

Per minuti lunghissimi la casa di legno ha scricchiolato come un veliero tra le procelle fando di noi l’equipaggio di certi film, quelli coll'occhi sottili e la mandibola che trema dallo spavento, quelli che si regge a legni consumati mentre osserva con angoscia l'alberetto di controvelaccio sparire nella tormenta, mentre un enorme mocho flagella il ponte colla spuma dell’oceano.

Nella penombra dell’ultima luce del giorno, il mio vicino, un olivetto già provato dalla bonaccia di questi giorni, sembrava aver perso i folti capelli rasta, l'impeto del vento mescolava le foglie a secchiate di pioggia orizzontale che schiaffeggiavano tutto quello che incontravano, mi passavano davanti da sinistra a destra e poco dopo tornavano dall’altra parte. Nel buio zuppo là dietro, dove la luce finiva e iniziava l’abisso, per un attimo mi sembrò di cogliere lo sguardo nero dei dodici occhi della Grande Piovra.

Eravamo al centro del turbine col cuore a terra, dardi d’acqua illuminati dai fulmini ci entravano dentro, eravamo travolti, eravamo schiacciati.
Cosa sia accaduto dopo non vi so dire.