lunedì 30 marzo 2015

Il posto degli olivi

Ho capito. Circa due terzi degli olivi del poderino sono leccini. Uno è quaglione. Due sono canini. Sugli altri regna il buio. Il caos. A cinque metri d'altezza, appollaiato su una improbabile pesantissima scala di legno con in mano una cesoia e un seghetto pronto in fondina, capisco che forse non è poi fondamentale conoscerne la varietà. E' il primo anno. Mi posso dare un calmata. Anche perché il mio ulivo preferito io lo chiamo Giacomo. Che poi di razza faccia Gragnolo, ma chi se ne importa. A me piace perché ha cinque rami robusti, grossi come le mie cosce, che si dipartono a un metro e mezzo d'altezza. L'ideale per salirci su.

In questi giorni, quando ci fermiamo a lavorare e gli riporto la scala lunga di legno, Mario a volte mi fa un elenco e con un dito mi indica nella lontananza cosa è cosa, quale pianta è quale pianta. Poi scuote la testa, perché io di quaglione ne ho uno, lui ne ha quattro. E non sa che farsene, il quaglione "squaglia", "c'ha le olive capito le pii in mano" e ti rimane poltiglia. Il retropensiero è quello di innestare i quaglioni e trasformarli in canini. Ma se ne parla semmai a maggio.

Epperò, chiacchiera che ti chiacchiera, c'era il sole poco fa, al tramonto. Abbiamo sorriso tutti e due perdendo lo sguardo sull'uliveto mosso dal vento. Che altro servirà mai a tutti quegli indaffarati là fuori.

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