venerdì 24 luglio 2015

Un mondo intero

Un elastico gaberianamente stiracchiato mi tiene avvinto al terreno anche in queste settimane di lontananza. Più aumenta la distanza, più forte è il richiamo di quel campo, che sarà ormai tutto giallo, bruciato fin nel midollo dalla spietata irradiazione senza filtri di questo mese.

Mi manca quello spazio povero, fatto di alberi arbusti e cespugli, un terreno duro e perlopiù incolto, una riserva per piantaggine, finocchio selvatico, cicoria, frumento, aglio e rape, e per ragni, mosche, api, vespe, calabroni, formiche, cavallette, mantidi, coccinelle, farfalle, vermi, bruchi, vipere e lucertole, coi pettirossi tra i rovi, e i passeri, le upupe, i fagiani, con le volpi le lepri e i cinghiali, tutti a scorazzare liberi sotto, sopra e per aria, con la sola regola che più son grandi, più son timidi. Eccezion fatta per l'umano ciccione la cui presenza garantisce nutrimento senza fine a zanzare e flebotomi, a pulci e zecche e alle spinose rubapatate, tutta gente che sarà ormai in crisi di astinenza.

Ecco, sento che la gomma non regge quasi più, tra pochi istanti, pochi giorni, i miei centoventi chili si schianteranno sotto gli olivi, disturbando forse la serpe verdenera che ne presidia le radici più superficiali e che se mi scorge fugge tra l'erba a velocità pazzesca. Non sa, la poverina, che tra pazzi ci si intende. Tra pochi giorni proverò a spiegarglielo.

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