mercoledì 28 ottobre 2015

Le api dell'olio, beate

Per giorni e giorni son passati davanti agli uliveti dei vicini con singolare circospezione. Tutti con l'Ape, tutti lentilenti, tutti a guardare di sottecchi le manovre degli altri, a carpirne le ragioni.

Qualcuno, come me, fingeva d'impegnarsi con gli ultimi polloni, altri bruciacchiavano ramaglie con nonchalance, altri ancora marcavano visita, qualcuno ripuliva i prati degli olivi senza fretta apparente. In un clima gonfio d'olive e di tensione, con temperature al di sopra della media stagionale, maturavano d'ora in ora decisioni carbonare. Sotterranee. Come prodiane polpette, volavano veloci di forcella in forcella.

Per giorni si sono viste cose, si sono dette cose, si è gettata acqua sul fuoco. Ma poi. Sotto l'ancestrale sollecitazione di un evocato prossimo maltempo, tutte insieme, tutte nello stesso momento, orde di auto si sono riversate sulle strade di campagna. Stuoli di contadini con familiari amici parenti e dintorni hanno preso d'assalto alberi carichi di frutti.

Ad un tratto, nella terza decade di ottobre dell'anno domini 2015, qui nella Tuscia viterbese si sono messi tutti a raccogliere olive.

Tutto bello, tutto bene, per quasi tutti. Costretto dagli eventi a rimandare di qualche giorno l'inizio della raccolta, con i tempi stretti di frantoi che oggi lavorano la notte e domani prevedono di chiudere la stagione in anticipo, con la spada di damocle della pioggia novembrina, ecco che mi ritrovo pieno di tutto - speranze materiali informazioni energie - ma ancora vuoto d'olio. Con in più la beffa di una casina in cui riverbera toto die il sordo lavorìo delle molazze del frantoio qui accanto. Qui da me la tensione si taglia col dito medio.

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