giovedì 18 febbraio 2016

Entra ed esce

Respira.
Respiro.
C'è la campagna che mi rotola dentro.

Quando inspiro tutto accelera: mi arrampico sugli olivi per le potature maggiori, sgrido il geometra e inveisco contro la burocrazia, ci dò di cesoia e roncola, m'aggiro con la motosega rassicurando le cerque, m'impicco cercando di svitare la testina del decespugliatore.

Ma poi espiro. E tutto rallenta. Il passo è più lento, il vento è più morbido, su tutto si impone il silenzio. Tuttalpiù scricchiolano le foglie secche delle querce mentre si congedano dai rami che l'han cresciute. Una parte di me esce col mio fiato e si mescola al profumo muschiato di una primavera bisestile.

Poi mi fermo, tutto si ferma. Tutto ciò che mi era entrato dentro smette di esplorarmi, anzi ora lo sento scivolare giù lungo la schiena, le gambe, fino a terra, in balìa della sola gravità.

Quando inspiro di nuovo, proprio mentre sto per tirare la cordicella di avviamento di un attrezzo rotante, con il primo respiro alle spalle, d'un tratto sono la cellula cicciona di un organismo senza fine che si bagna nel mare più profondo, che si asciuga passando di qua e si fa carezzare dal vento e dalle fronde, e che poi sale su, su su, oltre il cielo, fino ad accendere il sole.

Respira.
Respiro.

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